Archivio per aprile 2009

Lo zen e il tiro di Del Piero

 Uno spirito forte e’ come un fiume calmo in superficie ma con potenza tremenda nascosta nelle profondità”

 

Un tiro da circa 40 metri. Una traiettoria beffarda. La palla si insacca. Cosa c’è dietro al tiro di Alessandro Del Piero in Champion’s con lo Zenit? Qualcuno si è limitato a dire che è tutto dovuto ai nuovi palloni che permettono di realizzare simili sortilegi balistici. Basta colpire la palla nel punto giusto, vicino alla valvola, e questa prende traiettorie inconsuete, del tutto imprevedibili per i malcapitati ultimi difensori.

 

 

 

Ma, oltre al punto in cui colpire il pallone, dietro la potenza devastante scaturita dal piede di Pinturicchio, cosa si nasconde? Del Piero non prende una rincorsa lunga, è vicinissimo al pallone, a tre passi. Sembra frustare il pallone e il piede torna subito indietro. Non lo accompagna, lo picchia e lo lascia andare, quasi subito. La gamba si ritira immediatamente. Una frustata, come il colpo di spada di un samurai, secco e fendente. Il respiro fa il resto, rilasciato proprio nell’attimo in cui il cuoio della scarpa impatta il pallone, con le tre dita esterne, alla sudamericana. Le braccia, al momento del tiro, si allargano come a raccogliere altra potenza da applicare al pallone. Le dita della mano assumono posizioni strane, bisogna che anche il pollice collabori all’impresa. Basta un’inezia per spostare carichi in maniera disarmonica e fallire la bordata. Qualcuno la chiama intelligenza cinestesica, legata alla coordinazione, alla forza, alla capacità di compiere il movimento più adatto allo scopo.

 

Del Piero senza sforzo spara una bordata micidiale: non si sa a quale tecnica si sia affidato o se è stato solo il suo immenso talento a guidarlo. Innato o studiato, fatto sta che il colpo di Alex è fuori dal comune. Mi ha fatto venire in mente il protagonista del celebre libro “Lo zen e il tiro con l’arco”. Consapevolezza ed equilibrio guidano al bersaglio.

Capotreno parla inglese e lo straniero sorride

Chi viaggia in treno, anche a bordo del superveloce Freccia Rossa, avrà sentito la voce del capotreno annunciare le stazioni di transito e arrivo del convoglio. La versione in italiano, pur risentendo delle mille inflessioni dialettali, sta ancora in piedi, ma quando è il momento di leggere in inglese l’ascolto risulta davvero ridicolo. Ieri, all’annuncio in inglese delle fermate, ho colto proprio il sorriso divertito di una coppia di tedeschi.

Qualcuno per superare l’imbarazzo evita la lettura nella versione anglosassone, altri si arrangiano come possono, ma la maggior parte delle volte si sfiora o si entra nel ridicolo. La caduta di immagine è sotto gli occhi di tutti, molti diranno che non sono certo questi i problemi da risolvere, ma anche questo è un segnale del pressapochismo che regna nella compagnia. Come l’assenza di informazioni quando si verifica un ritardo (vedi 23 dicembre 2008 per terremoto a Reggio Emilia), con i controllori che se ne stanno ben rintanati e non si sognano nemmeno di controllare il biglietto, cosa che accade almeno tre/quattro volte quando il treno è in orario.

Una domanda semplice semplice: ma visto che le fermate del Freccia Rossa sono sempre le stesse, perchè non registrare una voce suadente dalla pronuncia perfetta che annunci le fermate a Bologna, Firenze Santa Maria Novella, Roma e l’arrivo a Napoli? A proposito, da quando hanno introdotto l’AV su tutta la linea, non comunicano più l’orario di arrivo nella stazione termine della corsa. Altro modo per non arrischiarsi in promesse difficili da mantenere.

Siccome però siamo obiettivi bisogna dire che il viaggio Milano-Napoli e ritorno in questo ponte di Pasqua è filato liscio come l’olio, il treno è arrivato in perfetto orario: ecco perchè l’attenzione si  è spostata sulla pronuncia del capotreno.

Alzati, ragazzo

Sarà che da poco ho scritto un pezzo sul cedere il posto agli anziani sui mezzi, sarà che ultimamente faccio più attenzione a queste cose, ma stamattina ho assistito ad un altro episodio che mi ha lasciato basito. In metrò avevo accanto un ragazzo, seduto all’estremità della fila, quello dove poggi il braccio sul sostegno in ferro. Ad un certo punto entra una ragazza incinta e, senza neanche battere ciglio, si rivolge al ragazzo (che non ha avuto nemmeno il tempo di realizzare se fosse in stato interessante o meno) ed esclama: “Mi fai sedere?”.

Ci vorrebbe uno bravo a descrivere il tono con cui ha detto questa frase, ma fidatevi di me quando vi dico che era uno di quei toni che potrebbero far bollire il sangue a chiunque. E non vi impietosite per il suo stato (sarà stata al terzo mese), lo ha fatto con un’arroganza ed una supponenza volgari e fuoriluogo. Il ragazzo, rimasto un attimo sconcertato (e vorrei vedere), prima di alzarsi ha tentennato un attimo. Al che la tipa ha aggiunto: “Sei così grande grosso e non vuoi alzarti nemmeno, guarda pure lui… pensa te”, rivolgendosi al cagnolino di suo marito, zitto e accucciato nel suo vestito da yuppie rampante.

Ragazzi, mi è salita una rabbia che l’avrei insultata. Sei incinta, ti avvicini, qualcuno gentilmente ti farà sedere, come capita sempre. Non esiste che tu lo debba pretendere o addirittura estorcere. L’avesse chiesto a me, mi sarei comunque alzato ma glielo avrei fatto notare. L’Italia è ormai il paese della cattiva educazione, dove si confondono i diritti e i doveri, dove i giusti luoghi comuni della buona educazione (come cedere il posto alle donne incinte) , si trasformano in pretese arroganti e volgari, roba da voltastomaco.


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