Archivio per giugno 2009

Decibel troppo alti: luci a San Siro, buio in metro?

La questione decibel, quella che ogni estate infiamma gli abitanti del quartiere vicino allo stadio San Siro contro la stagione dei concerti, è molto più grave, pervasiva e pericolosa in metropolitana, ma stranamente nessuno ne parla. Mentre la vicenda San Siro conquista sempre più visibilità e notorietà sotto la spinta degli inferociti abitanti del quartiere “martellato” dalle pesanti note dei rockers nazionali e internazionali, quella della metro, manco a dirlo, rimane sotterranea, anonima, proprio come  sono  le voci delle migliaia di persone che ogni giorno la percorrono. I media la ignorano o la snobbano, i cittadini la accettano, limitandosi alla lamentela con il vicino di viaggio ed evitando di coagulare la protesta in qualche forma di organizzazione che faccia valere i diritti di quanti quotidianamente vedono i propri timpani fracassati dai rumori in metro.

Chi prende la metro a Milano sa di cosa sto parlando. Caldo soffocante, nei vagoni manca quasi sempre l’aria condizionata (parlo della linea M2 in particolare, la verde, per capirci), passeggeri costretti ad aprire i finestrini e rumore dello stridere delle rotaie sui binari che trafigge i timpani. In inverno, a finestrini chiusi, il problema esiste, ma molto meno, d’estate diventa un’emergenza per la salute pubblica. Qualcosa di veramente insopportabile e dannoso, non ci vorrebbe molto per ovviare ad una situazione che si trascina da anni.

Oltre ai blog e  alle iene, che tempo fa segnalarono lo scandalo, nessuno ne parla. Centinaia di migliaia di persone bersagliate quotidianamente e tutto rimane in sordina. Poco notiziabile? Forse. Ma forse è il vecchio vizio di noi italiani, incapaci di unirci in una protesta che riguardi lo spazio pubblico ma prontissimi a farlo quando il problema ci riguarda  molto da vicino e lede i nostri spazi e interessi privati.

Metro, bisogna prenderla con filosofia

A Londra hanno preso alla lettera questa massima e, per intrattenere e calmare i passeggeri per i continui ritardi della metropolitana, hanno cominciato a diffondere aforismi filosofici che, pensate, invitano a prendere la vita con lentezza e a meditare sugli aspetti più profondi dell’esistenza.

Quindi, assieme all’ossessivo “Mind the gap”, ecco annunciare dallo speaker gli aforismi più celebri dei più celebri pensatori. A Londra c’è il tempo di ascoltare qualche massima filosofica prima che arrivi il convoglio. Siete mai capitati in prossimità della mezzanotte in una delle tante stazioni della metropolitana milanese? L’ATM dovrebbe provvedere alla filodiffusione di interi audiolibri per permettere ai passeggeri di ammazzare il tempo di attesa dei treni.

Dizionario del pedone: i ruotafissari

Ruotafissari: amanti della bici a scatto fisso, che ha la particolarità di avere un solo rapporto possibile e nessun meccanismo di “ruota libera”, per cui la pedalata è solidale con il movimento della ruota posteriore. Sono persone senza freni, nel senso che la bici non ha freni se non quello che consente con le gambe di bloccare il movimento dei pedali.

Pazzo blog, Il calcio nella letteratura latina?

Oggi qualcuno è arrivato sul mio blog inserendo nel motore di ricerca la frase: “il calcio nella lettaratura latina” .  E’ vero che in passato ho scritto di una dotta citazione di Pasolini relativa al calcio, ma da qui a pensare che duemila anni fa già si parlasse della nobile arte della pedata ce ne passa.

Traduzione di latino in vista della maturità? Mi sembra alquanto improbabile che si parli di calcio, anche perchè se non sbaglio le prime attestazioni storiche sono quelle relative al calcio medievale in voga a Firenze. Sembra che, se fossero vissuti a quei tempi, Rino Gattuso, detto “Ringhio”, e Pasquale Bruno, detto “l’animale”,  sarebbero stati considerati dei gentlemen effeminati, poco votati all’agonismo e al confronto fisico con l’avversario.

Trenitalia, la differenza è di classe

“La prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento…”, così cantava De Gregori nella sua celebre Titanic. Non ci saremmo aspettati che anche sull’Eurostar di Trenitalia, l’ormai celeberrimo e velocissimo “Frecciarossa”, ci fossero ancora scampoli di discriminazione basata sulla classe di viaggio.

Alla partenza da ogni stazione, lo speaker del vagone ristorante situato al centro del treno si affretta a sottolineare come ai viaggiatori della prima classe “sta per essere servito un rinfresco di benvenuto”, con la spatafiata di prodotti e sponsor delle migliori marche italiane che potranno essere gustati. Ok, tutto giusto, pagano un sacco di soldi in più e ci sta che ricevano questo servizio aggiuntivo. Ma a chi sta in seconda classe, cosa interessa? Perchè io “povero” (impoverito, più che altro, visti i costi della seconda classe) mi devo sorbire solo l’annuncio dello speaker se non ho diritto al rinfresco? Sembra di essere ritornati bambini quando chi aveva la merenda confezionata-superbuona-cioccolatosa era invidiato da tutti in classe. Altra classe, altri tempi e altri treni.

Basterebbe isolare l’annuncio ai vagoni della prima classe, ma poi che fine farebbe il pistolotto pubblicitario a favore delle marche italiane, evidentemente fornitrici del rinfresco?

Ma io mi chiedo, tu fornitore del rinfresco ( Trenitalia o sponsor), che beneficio trai dal farti amaramente schivare dal popolo, ben più numeroso, della seconda classe? Speri che tutti quelli di seconda classe, agognando il servizio aggiuntivo, si spostino in prima? Ma, riempita la prima, poi chi viaggerebbe in seconda? Un treno tutto di prima classe, si sa, non è possibile, ma, segui il mio consiglio, un rinfresco a tutte le classi andrebbe più che bene e migliorerebbe di molto l’immagine di tutti.

Amarcord, la prima tela di Pinturicchio

La volta che rimontammo i viola, molti avevano già spento la radio. Sì, la radio, perché allora non c’era ancora la pay tv e il calcio lo potevi solo immaginare, al massimo ascoltare. Fino alle 18, quando andavi a verificare se il film che ti eri fatto in testa, sceneggiato da Ciotti e Ameri, corrispondeva ai filmati delle partite. Sì, perché allora non si chiamavano ancora high-lights . E molti, in quel giorno di novembre del 1994, quel film non avrebbero voluto vederlo. Perdevamo due a zero in casa, al trentesimo del secondo tempo. Molte delle speranze di scudetto, atteso dal 1986, se ne stavano andando.

Vialli è in ripresa in questo campionato, ma non vuole saperne di tornare ai suoi fasti. Trapattoni, spostandolo a centrocampo, gli ha annacquato l’istinto omicida. Gli ha instillato il tarlo di non essere il goleador di sempre, quello che ha scardinato le difese di tutta Italia e mezza Europa. Doveva giocare di mestiere in una diversa zona del campo, secondo Giuan. Più che di mestiere, giocava di mestizia. Lippi non ci pensa nemmeno. Per lui, Luca Vialli sarà sempre un killer, e un killer, spesso, ha solo bisogno di complici. Gli metti a fianco una Penna Bianca dal fisico possente e un giovane pittore dal pennello svelto, e il gioco è fatto.

Per i viola, due occasioni, due gol. Al tifoso, quando si avvicina il trentesimo della ripresa, viene il magone, sa che quei minuti finali sono un’altra cosa. Non si gioca più con la tattica, ma solo con il cuore, da mandare oltre l’ostacolo. E loro si chiudono e perdono tempo. E noi attacchiamo a testa bassa. Ma in Vialli sta per scattare la molla, l’istinto si ribella alle inibizioni della mente. La testa, di colpo, funziona al meglio. Colpo di testa ed è gol. Poi il suo senso del gol si libera al tiro, ed è pareggio.

E’ già una gran rimonta, ma se vuoi passare alla storia non puoi accontentarti e devi spingerti avanti. Se nel tuo dna di squadra-che-deve-aprire-un-ciclo ci sono 12 anni di vittorie e tu non lo sai, devi sempre assecondare l’ansia di attaccare a spron battuto. E che c’entri il destino in tutto questo lo capisci quando uno dei due tocchi che porta all’impresa è frutto un po’ del caso, un po’, come si diceva, del cuore oltre l’ostacolo. Un difensore, infatti, dalla sinistra di centrocampo indirizza un pallone verso la macchia bianconera che si muove in mezzo a due chiazze viola. Del Piero si invola verso l’area. Corre e con gli occhi invisibili, che gli sono spuntati dietro la schiena, “sente” il pallone che sta arrivando. Se vuole anticipare il tocco deve correre avanti, deve credere nel suo compagno di sempre, che non schizzerà sul terreno senza aver prima assaggiato il suo piede. Del Piero corre come correrebbe un ricevitore lanciato dal quarter back nel football americano, lo sport che gli piace tanto. Correre e guardare il pallone. Sembra impossibile. Ma se nel tuo dna di giocatore predestinato ci sta che devi diventare la Bandiera della Leggenda, allora devi sempre credere che l’impossibile possa accadere. Ale ha un appuntamento col destino quel giorno, e non vuole arrivare in ritardo. I difensori corrono al suo fianco, ma non possono“sentire” il pallone che arriva. Corrono senza guardare, per dovere, per distrarlo, con la loro macchia viola, come farebbe un torero con la muleta. Il prodigio si dà al mondo allo scadere. Del Piero non può usare le mani per addomesticare il pallone, allunga il piede destro, che si fa uncino, si fa mano, si fa pennello, forse mestolo, per raccogliere al volo quella parabola stiracchiata e, con l’esterno destro, ridargli slancio, vita e curva. Non si capisce bene, forse c’entra un po’ pure lo stinco, fatto sta che il miracolo avviene: la palla finisce in rete, con il portiere “scherzato” da una traiettoria beffarda. Una parabola. Un miracolo. Pinturicchio finisce la sua prima tela e steso nell’erba, sommerso dagli abbracci dei compagni.


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