Amarcord, la prima tela di Pinturicchio

La volta che rimontammo i viola, molti avevano già spento la radio. Sì, la radio, perché allora non c’era ancora la pay tv e il calcio lo potevi solo immaginare, al massimo ascoltare. Fino alle 18, quando andavi a verificare se il film che ti eri fatto in testa, sceneggiato da Ciotti e Ameri, corrispondeva ai filmati delle partite. Sì, perché allora non si chiamavano ancora high-lights . E molti, in quel giorno di novembre del 1994, quel film non avrebbero voluto vederlo. Perdevamo due a zero in casa, al trentesimo del secondo tempo. Molte delle speranze di scudetto, atteso dal 1986, se ne stavano andando.

Vialli è in ripresa in questo campionato, ma non vuole saperne di tornare ai suoi fasti. Trapattoni, spostandolo a centrocampo, gli ha annacquato l’istinto omicida. Gli ha instillato il tarlo di non essere il goleador di sempre, quello che ha scardinato le difese di tutta Italia e mezza Europa. Doveva giocare di mestiere in una diversa zona del campo, secondo Giuan. Più che di mestiere, giocava di mestizia. Lippi non ci pensa nemmeno. Per lui, Luca Vialli sarà sempre un killer, e un killer, spesso, ha solo bisogno di complici. Gli metti a fianco una Penna Bianca dal fisico possente e un giovane pittore dal pennello svelto, e il gioco è fatto.

Per i viola, due occasioni, due gol. Al tifoso, quando si avvicina il trentesimo della ripresa, viene il magone, sa che quei minuti finali sono un’altra cosa. Non si gioca più con la tattica, ma solo con il cuore, da mandare oltre l’ostacolo. E loro si chiudono e perdono tempo. E noi attacchiamo a testa bassa. Ma in Vialli sta per scattare la molla, l’istinto si ribella alle inibizioni della mente. La testa, di colpo, funziona al meglio. Colpo di testa ed è gol. Poi il suo senso del gol si libera al tiro, ed è pareggio.

E’ già una gran rimonta, ma se vuoi passare alla storia non puoi accontentarti e devi spingerti avanti. Se nel tuo dna di squadra-che-deve-aprire-un-ciclo ci sono 12 anni di vittorie e tu non lo sai, devi sempre assecondare l’ansia di attaccare a spron battuto. E che c’entri il destino in tutto questo lo capisci quando uno dei due tocchi che porta all’impresa è frutto un po’ del caso, un po’, come si diceva, del cuore oltre l’ostacolo. Un difensore, infatti, dalla sinistra di centrocampo indirizza un pallone verso la macchia bianconera che si muove in mezzo a due chiazze viola. Del Piero si invola verso l’area. Corre e con gli occhi invisibili, che gli sono spuntati dietro la schiena, “sente” il pallone che sta arrivando. Se vuole anticipare il tocco deve correre avanti, deve credere nel suo compagno di sempre, che non schizzerà sul terreno senza aver prima assaggiato il suo piede. Del Piero corre come correrebbe un ricevitore lanciato dal quarter back nel football americano, lo sport che gli piace tanto. Correre e guardare il pallone. Sembra impossibile. Ma se nel tuo dna di giocatore predestinato ci sta che devi diventare la Bandiera della Leggenda, allora devi sempre credere che l’impossibile possa accadere. Ale ha un appuntamento col destino quel giorno, e non vuole arrivare in ritardo. I difensori corrono al suo fianco, ma non possono“sentire” il pallone che arriva. Corrono senza guardare, per dovere, per distrarlo, con la loro macchia viola, come farebbe un torero con la muleta. Il prodigio si dà al mondo allo scadere. Del Piero non può usare le mani per addomesticare il pallone, allunga il piede destro, che si fa uncino, si fa mano, si fa pennello, forse mestolo, per raccogliere al volo quella parabola stiracchiata e, con l’esterno destro, ridargli slancio, vita e curva. Non si capisce bene, forse c’entra un po’ pure lo stinco, fatto sta che il miracolo avviene: la palla finisce in rete, con il portiere “scherzato” da una traiettoria beffarda. Una parabola. Un miracolo. Pinturicchio finisce la sua prima tela e steso nell’erba, sommerso dagli abbracci dei compagni.

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