Il romanzo del Barcellona

Non so se avete mai visto una partita di calcetto: vive su centinaia di passaggi, fitti, ravvicinati, ad un solo tocco, destinati ad aprire gli angusti spazi della difesa arroccata in pochi metri quadrati. Spesso si tira di punta per guadagnare tempo negli spazi intasati e stretti.

Il Barcellona ha trasferito questa idea di calcio su un campo immenso. Ha messo insieme una banda di grandi palleggiatori in grado di gestire la palla in maniera fantastica. L’orchestra si muove sinuosa, armoniosa, con pochi assolo. La melodia si dipana per il campo con equilibrio perfetto, senza stecche. Fa una carezza agli occhi di chi guarda.

E’ la lunga preparazione alla coltellata finale, fatta di intuizioni e passaggi mai banali, una sintassi all’apparenza piatta, senza grandi trovate stilistiche, basata sulla suprema padronanza della grammatica e dell’ortografia. Qualche vocabolo spicca nella frase. Non si vede mai nessuno sbagliare uno stop, mai nessuno toccare la palla più delle volte che serve. Pochi avverbi, pochi aggettivi, solo quando occorrono. Quella lunga sequenza di sponde, tocchi, traiettorie precise e geometriche sono la preparazione all’affondo, scavano per trovare lo spazio necessario. 

L’avversario rincorre, strappa, rantola, si affanna, si frustra, sbraita, e per lunghi momenti non vede mai la palla, come il bambino scherzato dagli adulti nel torello, che lo allena suo malgrado alla rabbia agonistica. Una volta quella lunga sequenza di passaggi si vedeva nella fase finale della partita, quando la squadra in vantaggio, spesso sulle ali dell’entusiasmo, maramaldeggiava sull’avversario con un lungo possesso palla, accompagnato dagli olè compiaciuti del pubblico. Quella mielina serviva per far passare il tempo. Questa, più veloce, per trovare il tempo giusto per fare spazio dove spazio non ce n’è.

Naturalmente gli interpreti di questo gioco hanno una tecnica sopraffina: girarsi in un fazzoletto, stoppare la palla a seguire, indirizzarla lungo una traiettoria perfetta con i giri giusti, il tutto con la pressione feroce degli avversari che non mollano un metro. Questo consente di rubare centimetro dopo centimetro al territorio difeso, ritagliarsi aria, tempi di gioco, fette di campo dove far male all’avversario.

Il coltello del Barca è quasi sempre Messi. Quando la palla arriva nel suo spazio può succedere di tutto, lo spartito salta e non certo per il suo esibizionismo. Messi è la celebrazione dell’efficacia: quello che sembrava un palleggio sterile che spostava il pallone per il campo senza apparente scopo diventa pozione micidiale che sorprende l’avversario, lo stordisce e lo finisce in poche frazioni di secondo. Lo spazio della magia, tutti gli ingredienti messi nella ricetta dell’azione, trovano l’amalgama giusto: il tocco dello chef che tutto impreziosisce.

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