Archive for the 'osservazioni del pedone' Category

La gentilentezza in metro

Ma dai! C’è ancora gente che si accalca nei pressi dell’entrata del vagone e non lascia scendere i passeggeri. C’è ancora gente che, una volta dentro, si mette proprio davanti alle porte anche se non deve scendere. C’è ancora gente che sette fermate prima della sua chiede a quello davanti “scende alla prossima?”. C’è ancora gente che per un posto a sedere sarebbe disposta a perdere la faccia.

Ho studiato un metodo per promuovere la lentezza e la gentilezza (la gentilentezza) in metro.

Invece di accalcarsi vicino all’uscita prima della propria fermata, bisogna rimanere seduti al proprio posto facendo finta di non badare affatto alla fermata. Se state leggendo, continuate a farlo, anche se con un occhio continuate a seguire la sequenza delle fermate. Nel tragitto che porta alla vostra fermata, rimanete ancora seduti e continuate a leggere. L’atteggiamento deve essere quello di Clint Eastwood nei western all’italiana. Senza alcuna agitazione, con la piena padronanza della propria gestualità e degli elementi del mondo esterno che entrano nel proprio campo d’azione. Appena il treno sta per fermarsi, cominciate a prepararvi mentalmente alla discesa, ma all’esterno dovranno ancora percepire la vostra calma olimpica. Il treno si ferma, vi alzate, con assoluta lentezza, senza alcun movimento sincopato o ansioso: siete i padroni assoluti dello spazio e del tempo che si inchinano alla vostra forza. Dovrete mostrare a chi vi guarda che esiste un altro modo di fare, efficace e preciso, pulito e ed esteticamente affascinante. Dovrete dare l’esempio. L’esempio della lentezza. Troverete persone accalcate all’entrata che vi impediranno di scendere comodamente, ma voi continuerete a muovervi con grazia e gentilezza, spostandovi quel poco che basta per evitare i colpi furenti dei passeggeri. Il vostro sarà il trionfo della gentilentezza. Si sentiranno delle merde tutti i maniaci della fretta e dell’ansia. Capiranno che c’è un altro modo di stare al mondo, più giusto, onesto e consono alla natura umana.

Senza moralismi, bisogna solo dare l’esempio.

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PD, pubblicità o politica democratica?

Ci siamo, ecco la nuova campagna del Partito Democratico. Massiccia campagna affissioni sui muri di Milano. Continua il tentativo di trovare una strada. Più a livello pubblicitario, che politico. Facciamo un riassunto delle ultime campagne del PD:  prima delle regionali, personaggi con il fumetto sul naso a dire cose sensate in modo poco sensato. Poi, più tardi, per digerire l’ennesima mazzata, “democratici per costituzione”, con la citazione dei principi istituzionali. Ora Bersani protagonista, a maniche rimboccate, ci fa sapere che sono aumentate tasse e disoccupazione, inoltre sono diminuiti i soldi per  l’istruzione. “E la pazienza è finita”. “Per giorni migliori rimbocchiamoci le maniche”.

Ok, cerchiamo di capire la strategia che sta dietro a questa campagna. L’Italia sta andando a rotoli. Premessa. Gli italiani non ne possono più. Conseguenza. Prepariamo un futuro migliore. Proposito. Insieme. Si presume. Come? La mia domanda.

Noi le maniche è un pezzo che ce le siamo rimboccate. Tutti i giorni lottiamo per giorni migliori. Ma il PD cosa vuole da noi? Ci dice che dobbiamo preparare giorni migliori per l’Italia. Che stanno preparando giorni migliori? Chi, loro, i democratici? La cronaca politica, invece, parla dei soliti scazzi intestini, con le solite correnti agitate. Non è che la metafora del rimboccarsi le maniche è riferita al fatto che stanno di nuovo per litigare?

Boh, dite quello che volete, a me questa campagna non convince. Propone contenuti triti e ritriti con modalità memmeno tanto originali. Non c’è spunto creativo, è tutto molto ingessato. Bersani non dà l’idea del segretario trascinatore. Non vende il sogno, vende il sacrificio. Che è operazione onesta, sincera e pulita. Ma non serve la pubblicità per dire queste cose. Le dice già in continuazione su giornali e televisioni, quando gli danno (poco) spazio. Non abbiamo spazio sui media, ce lo procuriamo comprandolo? Giusto. Ma se proprio bisogna farlo che sia uno spazio aggressivo, forte, che punti a smuovere un po’ le acque. “La sinistra ha messo l’Italia in ginocchio, Italia rialzati”, diceva una campagna del berlusca prima delle politiche del 2008. Cosa banale, falsa, propagandistica, ma che funziona con il target di riferimento da conquistare. Lo stesso target a cui Bersani deve rivolgersi ora: la popolazione fluttuante, che cambia opinione nel giro di un telegiornale. Bersani dice le stesse cose, ma senza nerbo.

Se compri spazi pubblicitari lancia una campagna forte, incisiva che si faccia riconoscere e faccia parlare di sè. Una campagna senza strategia, per eccesso di strategia. Ci volevano dire che loro sono per il sacrificio, che non bisogna fare false promesse e che, insieme, si può ripartire. “Per giorni migliori”. Spostando anche molto più in là l’obiettivo positivo, visto che l’espressione “arriveranno giorni migliori” si riferisce quasi sempre ad un futuro abbastanza lontano. Un annuncio che vende “sofferenza” in una situazione di sofferenza, teoricamente provocata da altri.

L’unica nota strategica di rilievo è l’invito a partecipare, a lavorare insieme per quel futuro, assumendosi ognuno le proprie responsabilità e incombenze. Ma c’era bisogno di spendere tanti soldi per dire questo? Ieri, in un’intervista alle Iene, Nichi Vendola è stato preciso e tagliente come una lametta. Ha sezionato precisamente e recisamente lo spazio politico che si vuole conquistare. Chirurgicamente ha utilizzato il bisturi per ritagliarsi pezzi di significato politico, per associarsi a tematiche forti prendendo una posizione forte. Il posizionamento, ecco. Il posizionamento. Quello che manca nella campagna del PD, che va ad occupare lo spazio della mente che nessuno vuole occupare, perchè è triste e senza senso. Vendola si è posizionato e quando comunica, anche con spazi a pagamento, lo fa alla grande. Il PD rimane confuso. Vuole solo autoconvincersi di esistere. Vuole ricordarlo a se stesso e al pubblico: “guardate che ci siamo, facciamo un sacco di cose senza senso, ma ci siamo”.

Altro caposaldo strategico: non demonizzare Berlusconi. Veltroni inaugurò questa strategia, con conseguenze e risultati che non sto qui a rievocare, per compassione. In un’arena politica dove il primo che si mette contro il premier viene sistematicamente linciato dai giornali di famiglia, il centrosinistra, ormai da tempo, ha imboccato la strada del fair play, perchè, teoricamente, gli argomenti non dovrebbero mancare. Parlare di politica senza demonizzare Berlusconi. In positivo. Sì, come? Diciamo agli italiani che si devono rimboccare le maniche insieme a noi. Per un futuro, lontanissimo, migliore. Siamo strateghi e ci facciamo consigliare da strateghi, non c’è che dire.

Treni, allarme educazione

“Si prega di abbassare la suoneria del cellulare per non recare disturbo agli altri viaggiatori”. L’invito al rispetto della regola è chiaro, ma avete mai viaggiato su uno dei tanti treni italiani? Succede di tutto: le suonerie invece di essere abbassate vengono ulteriormente rinvigorite, perchè i cari viaggiatori, insidiati dal dondolio del viaggio, possono rischiare di addormentarsi (udite, udite) senza prendere la telefonata. Che è quasi sempre questione di vita o di morte (il trillo è altissimo e squassa il vagone con una musica sparata a tutto volume):

  • chiamata del/la partner per sapere a che punto è il viaggio, cosa sta facendo, se ha mangiato, se si annoia, se lo pensa, se lo ama, se lo aspetta.  La chiamata è fatta di bisbigli e risposte monosillabiche sul nulla. Comunicazione fàtica, insomma, e si fa fatica a non sbottare.
  • chiamata del genitore per sapere a che punto è il viaggio, come era la merenda (il meridionale che si accerta della bontà della mozzarella, delle fave, del pane, della frittata di maccheroni, ecc.) e se ha caldo o freddo.
  • chiamata del capo/collega: è qui che la conversazione raggiunge vette estreme a livello di volume. Il contenuto verte quasi sempre su mansioni e lavori incomprensibili, la cui incomprensibilità e oscurità è ostentata come uno status symbol. Quasi sempre si parla dell’incompetenza di altri, delle proprie mirabili soluzioni e della considerazione del proprio ruolo nell’ambito della macchina aziendale.
  • chiamata dell’amico/a per sapere cosa si fa dopo, adesioni, defezioni con elencazione nomi compagnia e rispettivi impegni.
  • chiamata della coinquilina/o per sapere a che ora torna a rompere le balle.

Il capotreno ha inoltrato l’invito audio in partenza ma quando gira per controllare i biglietti non si preoccupa minimamente di far rispettare la regola. Purtroppo è questione di educazione e buon gusto, e in questo noi italiani abbiamo ancora molto da imparare. La cattiva educazione è tollerata, in fondo non fa gravi danni agli altri. Danni immateriali, quindi invisibili, perciò non condannabili.

Guerra tra poveri (ciclisti)

Da un po’ di tempo rifletto sulle lotte che si svolgono sull’asfalto urbano. La lotta che vede dominare gli automobilisti e soccombere (spesso non solo metaforicamente) pedoni e ciclisti. Ho detto anche altre volte che la guerra intestina tra utenti deboli (pedone contro pedone, ciclista contro pedone, ciclista contro ciclista) è anch’essa un fenomeno di malcostume che va considerato.
L’altro giorno passeggiavo per Corso San Gottardo e sono inciampato (stavolta metaforicamente) in una singolare, rumorosa e spiacevole lite tra due ciclisti. Anzi, diciamo che erano due cicliste. Non so cosa sia successo di preciso, ma forse la bici che stava davanti (condotta da una ragazza sui 30 anni) ha frenato di colpo, mettendo in difficoltà la bici che seguiva, guidata da una signora sui 50 anni. Niente di strano, forse la signora aveva ragione, perchè era stata costretta a uscire dalla propria corsia per entrare con le ruote nei pericolosi binari del tram. Spaventatasi ha cominciato a inverire contro la più giovane ciclista, che, a sua volta, sembrava allibita da tanto livore e la guardava stupefatta e un po’ divertita, considernado del tutto sproporzionata la reazione della signora, che usava termini non dissimili da quelli utilizzati dagli automobilisti che si scambiano insulti sulle strade.

Dopo un po’ la signora ha pensato di smetterla e ha ripreso il cammino. Evidentemente doveva essersi innervosita molto, perchè è andata a finire con la ruota proprio nei binari di cui tanto aveva temuto prima le conseguenze, cadendo a terra, per fortuna senza serie conseguenze. Lì lì è stata in silenzio, poi non ce l’ha fatta e ha esclamato: “Ha visto cosa mi fa fare?!”, rivolta verso l’altra, sempre più esterrefatta ragazza.

Tre le considerazioni:

  1. ciclisti contro ciclisti: rivalità abbastanza spietata, con uso di vocabolario da strada simil-automobilista;
  2. bisogna fare qualcosa per i binari del tram, pericolo costante per i ciclisti;
  3. La cosa bella di Milano è che nelle liti le persone si insultano dandosi del “lei”.

Zalone man show

Checco Zalone è da sempre un comico dissacrante e pungente, talvolta scurrile, sempre illuminante. Domenica sera, in prima serata su Canale 5, ha fatto quello che da mesi non si vede nella tv italiana, almeno fino allo sdoganamento del caso da parte di Santoro: parlare dell’ “affaire D’Addario” cantandolo e musicandolo con le note, celeberrime e maledette, di De Andrè, che sulla storia delle escort avrebbe sicuramente saputo tirar fuori qualche altro capolavoro.

Siamo in prima serata, siamo su Canale 5, la rete ammiraglia di Mediaset, e Zalone offre “agli ignoranti telespettatori di canale 5” (come li chiama lui) le sue perle. A dire il vero, tutti i suoi pezzi forti (già presentati nell’ultima stagione di Zelig) fruiti uno dopo l’altro perdono molta della loro forza dirompente. Gli altri ingredienti della serata, compresa la simpatica Teresa Mannino, fanno da contorno ma non prendono il telespettatore come dovrebbero.

Tutto si annacqua un pochino, e ce lo ricorda pure Aldo Grasso. Rimane la sua performance non censurata, clamorosa quasi come un’intera puntata di Anno Zero.

La Juventus e lo sciacallaggio mediatico

L’ultima notizia venuta alla ribalta (quella sulla “non positività” di Cannavaro) dimostra, se ce ne fosse bisogno, che ormai le vicende che riguardano la Juve rientrano tra quelle a più alta “notiziabilità” per i giornalisti italiani. La si tira in ballo, sempre in chiave negativa, proprio come quando c’è un episodio di criminalità che coinvolge gli extracomunitari. La negatività è sovrarappresentata rispetto alla realtà, che ne esce così distorta.

Mi spiego: se c’è un episodio anche minimamente “strano” che avviene all’interno della società Juventina è molto probabile che esso finisca sui giornali, con un taglio sospettoso e critico, finalizzato a mettere ancora una volta in evidenza il “male assoluto” che si annida nella sede di Corso Galileo Ferraris.

Tutta la vicenda sta nei titoli degli articoli e non nella spiegazione che si trova al loro interno. Spiegazione invero macchinosa, che molti non leggeranno nemmeno. Quello che rimane in mente è che Cannavaro è risultato positivo all’antidoping. Vai tu a spiegare della puntura di vespa, della raccomdata non aperta, molti si faranno l’idea che sì è il solito modo per raggirare la legge dell’antidoping. Passerà questo, senza ombra di dubbio.

Quanti sapranno che il controllo antidoping “deve essere effettuato” sul giocatore proprio per verificare che la sostanza assunta sia quella indicata nella richiesta di esenzione? Non sarà la dabbenaggine della società juventina (ennesima riprova della mancata cura del particolare sia a livello societario che sportivo) a passare alla memoria ma la “positività” del calciatore.

Insomma ormai i giornali vedono nella Juve un criterio di notiziabilità paragonabile alla delinquenza straniera e alle flirtrombate berlusconiane.

La notizia è apparsa in esclusiva su Repubblica al terzo posto (badate bene, al terzo posto) nel suo sito ed è poi stata ripresa da tutti gli altri siti di informazione. Repubblica spesso assume le veci di “portatore di interessi allargati” pronto a denunciare le magagne della società italiana, tutte concentrate in determinati gangli del potere: Berlusconi a livello politico-mediatico e la Juve a livello sportivo-sociale. Un modo per accattivarsi la simpatia di chi crede che “a pensar male” di determinate entità esistenti nella società italiana si fa sempre bene. Ben diversa naturalmente la sostanza tra la Juventus e Silvio Berlusconi, anomalia riconosciuta a livello mondiale.

Una notizia che non ha notizia, che diventa uno dei temi cruciali sottoposti all’opinione pubblica italiana. L’antijuventinismo non è molto diverso dalla xenofobia, agisce allo stesso modo sui media.

Zeru tituli, l’idiozia virale

Qual è la frase del mese in Italia? Sicuramente “zeru tituli”. La frase pronunciata da Mourinho, tecnico dell’Inter, per sottolineare le disfatte delle dirette avversarie (Juve, Milan e Roma) ha valicato i confini della chiacchiera calcistica per diventare vera ossessione di giornalisti, pubblica opinione, uomo/donna della strada.

Insomma queste frasi si trasmettono in maniera contagiosa fra gli italiani  proprio come un virus, manco fosse l'”influenza suina”, altra definizione entrata nella vulgata generale con veloce e forse maggiore ragion d’essere. Un po’ di tempo fa fu la volta di “lato B”, parola riferita alle curve delle concorrenti di miss Italia e poi travasata nel quotidiano della chiacchiera italiana. Operazione favorita e diffusa dai giornalisti, cui non pare vero contaminare i propri articoli con riferimenti al costume e alla cronaca rosa: quanto più è becera meglio è. Dove non ce la fanno i giornali (si sa che in Italia si legge poco), possono le televisioni, con l’esercito di opinionisti, commentatori, pseudo-giornalisti, conduttori e presentatori che ripetono come orologi a cucù la cazzata assurta a “modo di dire”.

La nostra lingua insomma assimila l’idiozia con straordinaria prontezza dando la dimensione del potere dei media sul contesto sociale e culturale. Se uno chiede in giro cosa significhi “zeru tituli”, è molto probabile che la maggior parte delle persone lo sappia, se uno si arrischia invece a chiedere cosa significhi “tallone d’Achille” (come ai provini del Grande Fratello) è difficile ottenere una risposta esatta.


ottobre: 2017
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