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Sorelle mai

Il film “Sorelle mai” di Marco Bellocchio

Bellocchio prende il telespettatore e lo schiaccia con il viso contro la camera da presa. Osserva da vicino, non perderti nemmeno una grinza del volto, dice. Inquadrature ravvicinatissime, quasi a togliere il fiato. Volti pittorici, sgranati dalla luce. Un film difficile. L’evoluzione di una famiglia che si arrampica lungo il tempo con la pesantezza di un dolore che sembra sempre in agguato ma che poi evapora tra i ripetitivi gesti della vicinanza di sangue. La famiglia come luogo dell’anima cui fare sempre ritorno. Bobbio il luogo della famiglia dove è rimasta impigliata l’anima dei protagonisti. Paese-Sole che impone al sua legge di gravità ai pianeti Giorgio e Sara, per natura portati a dare sfogo all’innata forza centripeta del loro presunto talento. Il satellite Elena, figlia a fatica, nipote a tempo determinato, nipote adottiva ad oltranza, che trova la sua traiettoria adolescenziale nel sorriso perlaceo della sua innocenza, che impara il segreto della vita volendo radici proprio dove mamma e zio cercano di reciderle.

Bobbio, luogo acquatico grazie al Trebbia, liquido amniotico dove (ri)trovare e invocare lo swing della recitazione. Sullo sfondo, costante, la roba. Case, cappelle, mutui, collane, anelli. Ancore precarie in mezzo al tempo che fu, che si sfarinano sotto i colpi della vita reclamando sacrifici sull’altare dei ricordi. Roba che mette a posto sentimenti, ispirazioni, sogni e finanche il seducente aldilà covato dalle zie e pensato fra i mattoni sicuri di una cappella. Le due sorelle zie sono le uniche ad accettare il destino per cui sono state comandate, scenario che non muta e che trova nei piccoli riti del quotidiano attimi di trascurabile infelicità. L’inquietudine di Giorgio e il dilemma di Sara bestemmiano in casa dell’abitudine, dove Elena si fa adolescente e matura saggezza.

I ritorni sono sempre piccole sconfitte per chi non si accontenta delle vittorie, o presunte tali, raccolte lontane dagli occhi della propria famiglia. Le sconfitte, poi, fanno sempre rimbalzare all’indietro. Fino al colpo di scena finale della scomparsa di Schicchi. Scomparso sotto al cilindro e ritornato all’essenza acquatica della vita. Il surreale si impone dove il reale ha stentato a prendere forma in una trama coerente. Il fil rouge sono i sentimenti che travalicano i fatti, i legami che superano le incomprensioni, l’affetto non affettato imposto dall’indissolubile vicinanza emotiva. La storia perde linearità, ma acquista in profondità grazie al richiamo ancestrale dei legami di sangue e alla dittatura emotiva dei luoghi della memoria

Recinzioni pedonali: cosa voglio di più

La mia recensione di “Cosa voglio di più” di Silvio Soldini.


agosto: 2017
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