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La gentilentezza in metro

Ma dai! C’è ancora gente che si accalca nei pressi dell’entrata del vagone e non lascia scendere i passeggeri. C’è ancora gente che, una volta dentro, si mette proprio davanti alle porte anche se non deve scendere. C’è ancora gente che sette fermate prima della sua chiede a quello davanti “scende alla prossima?”. C’è ancora gente che per un posto a sedere sarebbe disposta a perdere la faccia.

Ho studiato un metodo per promuovere la lentezza e la gentilezza (la gentilentezza) in metro.

Invece di accalcarsi vicino all’uscita prima della propria fermata, bisogna rimanere seduti al proprio posto facendo finta di non badare affatto alla fermata. Se state leggendo, continuate a farlo, anche se con un occhio continuate a seguire la sequenza delle fermate. Nel tragitto che porta alla vostra fermata, rimanete ancora seduti e continuate a leggere. L’atteggiamento deve essere quello di Clint Eastwood nei western all’italiana. Senza alcuna agitazione, con la piena padronanza della propria gestualità e degli elementi del mondo esterno che entrano nel proprio campo d’azione. Appena il treno sta per fermarsi, cominciate a prepararvi mentalmente alla discesa, ma all’esterno dovranno ancora percepire la vostra calma olimpica. Il treno si ferma, vi alzate, con assoluta lentezza, senza alcun movimento sincopato o ansioso: siete i padroni assoluti dello spazio e del tempo che si inchinano alla vostra forza. Dovrete mostrare a chi vi guarda che esiste un altro modo di fare, efficace e preciso, pulito e ed esteticamente affascinante. Dovrete dare l’esempio. L’esempio della lentezza. Troverete persone accalcate all’entrata che vi impediranno di scendere comodamente, ma voi continuerete a muovervi con grazia e gentilezza, spostandovi quel poco che basta per evitare i colpi furenti dei passeggeri. Il vostro sarà il trionfo della gentilentezza. Si sentiranno delle merde tutti i maniaci della fretta e dell’ansia. Capiranno che c’è un altro modo di stare al mondo, più giusto, onesto e consono alla natura umana.

Senza moralismi, bisogna solo dare l’esempio.

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Diario di bordo (strada)

Continua l’avventura con il pedometro. Migliaia di passi al giorno, centinaia di calorie bruciate. Angoli di città scoperti o riscoperti di proposito per allungare la strada verso qualsiasi meta, ma soprattutto verso casa, strada che è sempre comunque meglio non perdere.

Dopo una domenica da sonnolenza passata con i piedi piantati sul divano e, complice anche la pioggia, zero passi dati, un lunedì all’insegna del record: 13.414 passi, 9,387 km, 590 calorie bruciate.

Come si può raggiungere una performance del genere nonostante le 8 ore di lavoro e senza alcuna attività fisica in palestra? Semplice: basta avere la fermata della metro a circa 1,4 km da casa. Invece di aspettare il tram al mattino, montare sui piedi e darci dentro. In pausa pranzo scegliere un posto per mangiare abbastanza lontano da raggiungere e sgambare per circa 1 km tra andata e ritorno.

Ieri però l’exploit è stato possibile grazie ad una trovata davvero geniale.  Avete una fermata a circa 1,4 km da casa? Potreste scendere e ripetere ancora il percorso mattutino. Niente, non si arriverebbe ai fatidici 10.000 passi. Bisogna scendere non una, ma due fermate prima. Mettere un bel 3,5 km di distanza a piedi nel tragitto di ritorno a casa, magari sotto le mentite spoglie di una passeggiata sui navigli, con uno sguardo indolente al letto del canale in secca e un’annusata all’aria che sa di mare per le alghe in fermentazione, il tutto innaffiato dalle prime incerte gocce di pioggia marzolina che ti solletica il viso con fare impertinente.

Poi per finire la spesa. Basta andare al supermercato più vicino (0,5 km) e far finta di esserti dimenticato qualcosa proprio a metà strada sul ritorno.

90, la paura gira per la città

Il Corriere si ispira a scaccoalpedone che della 90 aveva parlato tempo fa.

L’ultima metro è ormai passata, i cancelli di entrata sono chiusi. I bus che durante la giornata percorrono le linee ATM sono quasi tutti tornati al deposito con il loro carico di umori e fetori raccolti per la città. Devi tornare a casa e non sai come fare. Provi a chiamare il Radiobus e ti accorgi per la terza volta consecutiva che, nonostante le indicazioni del sito ATM, chiamare il servizio come fosse un Taxi raramente porta al successo. Di chiamare un taxi non se parla se non vuoi immolare la metà del guadagno quotidiano sull’altare delle frenate anticipate ai semafori e delle strade più lunghe scelte per allungare il percorso e far camminare il tassametro.

Quindi, l’utima chance per tornare a casa, in una Milano sempre brulicante di vita anche a tarda notte, è prendere la 90. Da molti evitata come la peste, da altri (i barboni senza fissa dimora) vissuta come una casa, da altri ancora percepita come una minaccia continua da affrontare sempre con timore e circospezione.

Se ne è accorto ora anche il Corriere della Sera che la 90 è un mondo a parte e ha deciso di fare un reportage.

Da queste pagine lo avevamo già segnalato tempo fa.

Tram più moderni, ma soprattutto più scomodi

Milano in questi mesi vede rinnovarsi gradualmente il parco mezzi dell’ATM, con la discesa in strada di lucidi e moderni tram e autobus, che contribuiscono al restyling della città proiettandola più decisamente nel futuro.

Ma non è tutto oro quello che luccica, come si suol dire. Più moderni e funzionali, così dovrebbero essere i nuovi mezzi, e invece ti accorgi che sono anche molto più scomodi. Innanzitutto sono concepiti per trasportare in piedi la maggior parte dei passeggeri, e questo potrebbe pure andar bene se non fosse per il fatto che stare in piedi  è un’impresa titanica, perchè soprattutto nelle zone centrali, dove si collegano i moduli della vettura, sembra di stare sulle giostre.

Bisogna essere abili ad assecondare le repentine e veloci mosse del pavimento semovente, per non parlare della stabilità di queste vetture che mettono a dura prova l’equilibrio di giovani ed atletici viaggiatori, figuriamoci quello dei poveri anziani che non trovano posto a sedere.

Mi chiedo: quando le brillanti menti del design italiano, preoccupate soprattutto di rendere esteticamente apprezzabili i nuovi mezzi ATM, concepiscono questi veicoli, si preoccupano di effettuare test che tengano in considerazione il comfort dei passeggeri come, ad esempio, fanno i produttori di automobili?

In effetti ci impongono un prodotto nuovo, per il quale paghiamo profumatamente le tariffe, senza che noi possiamo scegliere. Eppure la città è di tutti, i cambiamenti che la riguardano dovrebbero trovare il favore della popolazione solo dopo averne conosciuto prima l’orientamento. Capisco che la “democrazia decisionale” in questi settori non è prevista perchè appesantirebbe e rallenterebbe  i processi di rinnovamento e cambiamento, però vedersi rifilato un tram bello ma scomodo senza averlo nemmeno potuto provare non è il massimo. Alla fine finisci per rimpiangere il caro vecchio tram in legno, che almeno ti culla nella sua sgangherata atmosfera d’altri tempi.

Milano e qualche buona notizia

Ci sono buone notizie sul fronte trasporti a Milano. Qualche tram e metro nuovi si vedono. Per la puntialità si stanno attrezzando, per la pulizia pure. Il BikeMi, prima timido, comincia ad avere sempre più adesioni. Ma vedremo meno macchine inquinanti quest’inverno per le strade o supereremo sempre un’infinità di volte la soglia di Pm10? Stiamo a vedere.

Milano, storie di ordinaria dis-integrazione

Controllori dell’Atm irrompono sulla 90 circolare destra: multa ad un extracomunitario senza biglietto. Il controllore impiega un bel po’ a scrivere il verbale, inserendo i dati forniti dallo straniero. Glielo consegna. Lui lo prende in mano, lo appallottola e lo getta a terra, davanti allo stesso controllore, che rimane muto. Legge italiana, legge vana.

Ragazzo nordafricano alla biglietteria FS di Lambrate: fa il biglietto per non so dove e paga con un biglietto da 100 euro, il verdone. Il bigliettaio esamina la banconota per circa 15-20 secondi, girandola e voltandola, sentendola sotto i polpastrelli esperti e passandola in controluce. La accetta di malavoglia e gli dà il resto, di malavoglia. Ha la macchinetta per rilevare eventuali falsi, ma non la usa con il ragazzo. Il sospetto deve essere sottolineato e accentuato. La utilizza dopo, da prassi, per un 50 euro di un’italiana. Un attimo e via.

Decibel troppo alti: luci a San Siro, buio in metro?

La questione decibel, quella che ogni estate infiamma gli abitanti del quartiere vicino allo stadio San Siro contro la stagione dei concerti, è molto più grave, pervasiva e pericolosa in metropolitana, ma stranamente nessuno ne parla. Mentre la vicenda San Siro conquista sempre più visibilità e notorietà sotto la spinta degli inferociti abitanti del quartiere “martellato” dalle pesanti note dei rockers nazionali e internazionali, quella della metro, manco a dirlo, rimane sotterranea, anonima, proprio come  sono  le voci delle migliaia di persone che ogni giorno la percorrono. I media la ignorano o la snobbano, i cittadini la accettano, limitandosi alla lamentela con il vicino di viaggio ed evitando di coagulare la protesta in qualche forma di organizzazione che faccia valere i diritti di quanti quotidianamente vedono i propri timpani fracassati dai rumori in metro.

Chi prende la metro a Milano sa di cosa sto parlando. Caldo soffocante, nei vagoni manca quasi sempre l’aria condizionata (parlo della linea M2 in particolare, la verde, per capirci), passeggeri costretti ad aprire i finestrini e rumore dello stridere delle rotaie sui binari che trafigge i timpani. In inverno, a finestrini chiusi, il problema esiste, ma molto meno, d’estate diventa un’emergenza per la salute pubblica. Qualcosa di veramente insopportabile e dannoso, non ci vorrebbe molto per ovviare ad una situazione che si trascina da anni.

Oltre ai blog e  alle iene, che tempo fa segnalarono lo scandalo, nessuno ne parla. Centinaia di migliaia di persone bersagliate quotidianamente e tutto rimane in sordina. Poco notiziabile? Forse. Ma forse è il vecchio vizio di noi italiani, incapaci di unirci in una protesta che riguardi lo spazio pubblico ma prontissimi a farlo quando il problema ci riguarda  molto da vicino e lede i nostri spazi e interessi privati.


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