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L’ode a Del Piero (prima parte)

Capitano, mio capitano! La tua storia somiglia molto a quella del professore de “L’attimo fuggente”. Come i suoi studenti, ognuno di noi, si alza in piedi e grida il tuo nome: “Capitano, mio Capitano!”. Costretto a lasciare per manifesta grandezza, per l’inferiorità di chi per ruolo è chiamato a decidere. Perché la tua immagine riesce a esondare dalla stessa maglia che ti ha reso grande. La tua storia è talmente ingombrante che nemmeno la juve che l’ha immaginata, prevista, allevata, abbracciata e magnificata riesce più a contenerla. Almeno non riescono a farlo gli uomini che in questo momento sono chiamati a rappresentarla. Fai ombra alla loro incerta capacità di sentirsi all’altezza della tradizione, della leggenda che la maglia bianconera rappresenta.

 

Ancora una volta hai accettato senza battere ciglio quanto il destino, nelle fattezze delle piccole meschinita’ umane, ti ha richiesto. Senza urlare, senza eccessi, avresti potuto aizzarci e cavalcare il malcontento per fini personali, ma anche stavolta hai deciso che coloro che sanno non dicono. Lasciando agli altri le parole inutili, da perfetto poeta zen hai imparato l’arte dell’accettazione. Hai accettato quello che sicuramente non dipende da te. Hai accettato la chiamata finale del pubblico, il giro del catino, con gli occhi lucidi come un lago a primavera. E’ il fiume di emozione che non staripa, le lacrime rimangono aggrappate agli argini, vanno a fare cascata dentro e ti rompono la voce dopo davanti ai microfoni. Raccogli chili di vessilli, quintali di sguardi attoniti, ettolitri di lacrime, migliaia di ricordi appesi ai battiti dei cuori che fremono durante un tributo che non si è mai visto e mai più si vedrà.

 

Sono gli stessi cuori che hai fatto trepidare per trecento orgasmi uno più bello dell’altro, per ogni pensiero quotidiano di saperti dalla nostra parte, con la nostra maglia. La prima tripletta al Parma del ragazzino che prometteva faville con i capelli ancora al taglio un po’ boccoloso degli anni ottanta. I primi colpi di genio quando eri garzone alla bottega di Raffaello Baggio. Bottega che ti è bastato un anno per rilevare e dargli un altro nome: la bottega del Pinturicchio.

 

Poi c’è un pallone che ricevi quasi sempre a sinistra, l’avversario ti si fa incontro coprendoti lo spazio mancino, tu allora rientri a destra e con l’interno del piede colpisci la palla a giro per disegnare una parabola, una virgola che sospende il tempo, lascia senza fiato gli stadi. Il giro che prende in giro il portiere e rende imprendibile la palla. La palla va sempre lì, nei pressi del sette, come telecomandata. E ne fai uno, due, tre e cosi via. Inventi uno stile tutto tuo che stupisce il mondo: il tiro alla del piero.

 

Poi un giorno in una partita decidi di inventare un’altra cosa che non si era mai vista. State rimontando la viola di due reti, siamo allo scadere, da centrocampo lanciano in area uno di quei palloni che se leggi l’etichetta che lo accompagna reca la scritta ‘alla disperata’. Ma tu, come Michelangelo in un masso informe, riesci a vederci dentro un’opera d’arte, basta che l’idea prenda forma. Il pallone scadente dello scadere sta arrivando e tu cominci a correre verso la porta con fede, mentre l’occhio della consapevolezza ti è spuntato dietro la testa. Il retrovisore si allinea con la traiettoria e tu corri verso il punto in cui ti sei dato appuntamento con la palla, sapendo che la palla, quella che da bambino hai cominciato ad accarezzare nel tuo salone di casa, non mancherà. Li ad accoglierla gli mandi il tuo destro, quello che la conosce meglio, quello che puo’ garantirle il trattamento migliore. Palla e piede si trovano appena dentro l’area, hai fatto tutti i movimenti giusti e con il destro r-accogli una palla impossibile, al volo: il piede si fa mestolo per frenare la corsa della sfera con un tocco lieve, nel punto dove il collo confina con lo stinco, per la parabola a scavalcare un portiere che non ci capisce molto. Ha appena assistito ad un miracolo. La palla si insacca nell’angolo alto dove nemmeno un Toldo può arrivare. Vai a sdraiarti sotterrato dall’abbraccio dei leoni che erano i giocatori di quella juve: Vialli prima di e su tutti. Sono a Sorrento alla radio, il resto è immaginazione, è il dicembre del ’94, scendiamo dalla macchina increduli. Una rimonta che promette uno scudetto atteso nove anni. Da quando Michel ci ha lasciati orfani della sua lucente e micidiale classe.Immagine Continua a leggere ‘L’ode a Del Piero (prima parte)’

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Il romanzo del Barcellona

Non so se avete mai visto una partita di calcetto: vive su centinaia di passaggi, fitti, ravvicinati, ad un solo tocco, destinati ad aprire gli angusti spazi della difesa arroccata in pochi metri quadrati. Spesso si tira di punta per guadagnare tempo negli spazi intasati e stretti.

Il Barcellona ha trasferito questa idea di calcio su un campo immenso. Ha messo insieme una banda di grandi palleggiatori in grado di gestire la palla in maniera fantastica. L’orchestra si muove sinuosa, armoniosa, con pochi assolo. La melodia si dipana per il campo con equilibrio perfetto, senza stecche. Fa una carezza agli occhi di chi guarda.

E’ la lunga preparazione alla coltellata finale, fatta di intuizioni e passaggi mai banali, una sintassi all’apparenza piatta, senza grandi trovate stilistiche, basata sulla suprema padronanza della grammatica e dell’ortografia. Qualche vocabolo spicca nella frase. Non si vede mai nessuno sbagliare uno stop, mai nessuno toccare la palla più delle volte che serve. Pochi avverbi, pochi aggettivi, solo quando occorrono. Quella lunga sequenza di sponde, tocchi, traiettorie precise e geometriche sono la preparazione all’affondo, scavano per trovare lo spazio necessario. 

L’avversario rincorre, strappa, rantola, si affanna, si frustra, sbraita, e per lunghi momenti non vede mai la palla, come il bambino scherzato dagli adulti nel torello, che lo allena suo malgrado alla rabbia agonistica. Una volta quella lunga sequenza di passaggi si vedeva nella fase finale della partita, quando la squadra in vantaggio, spesso sulle ali dell’entusiasmo, maramaldeggiava sull’avversario con un lungo possesso palla, accompagnato dagli olè compiaciuti del pubblico. Quella mielina serviva per far passare il tempo. Questa, più veloce, per trovare il tempo giusto per fare spazio dove spazio non ce n’è.

Naturalmente gli interpreti di questo gioco hanno una tecnica sopraffina: girarsi in un fazzoletto, stoppare la palla a seguire, indirizzarla lungo una traiettoria perfetta con i giri giusti, il tutto con la pressione feroce degli avversari che non mollano un metro. Questo consente di rubare centimetro dopo centimetro al territorio difeso, ritagliarsi aria, tempi di gioco, fette di campo dove far male all’avversario.

Il coltello del Barca è quasi sempre Messi. Quando la palla arriva nel suo spazio può succedere di tutto, lo spartito salta e non certo per il suo esibizionismo. Messi è la celebrazione dell’efficacia: quello che sembrava un palleggio sterile che spostava il pallone per il campo senza apparente scopo diventa pozione micidiale che sorprende l’avversario, lo stordisce e lo finisce in poche frazioni di secondo. Lo spazio della magia, tutti gli ingredienti messi nella ricetta dell’azione, trovano l’amalgama giusto: il tocco dello chef che tutto impreziosisce.

Pazzo blog, come tirare come Maradona?

E’ una parola! L’internauta che è arrivato sul mio blog inserendo la frase come tirare come Maradona, mi fa una certa tenerezza, perchè vorrebbe conoscere il segreto del Pibe de oro manco fosse una formula matematica che applicata sortisse gli effetti sperati.

Secondo me, nemmeno se lo chiede a Maradona gli arriverà una risposta. Istinto, talento, inventiva, intelligenza cinestetica, sono tutte parole che cercano di descrivere quello che invece rimarrà sempre un mistero. Maradona tirava così (il pallone, non fate sempre i malpensanti) perchè tirava così, il fenomeno si dà al tempo e allo spazio e non sempre riusciamo a trovare una spiegazione. Quello che c’entra poco è sicuramente l’allenamento, perchè Maradona, da piccolo, era capace di palleggiare con un’arancia salendo le scale del palazzo dove abitava.

C’è poco da fare: o nasci Maradona o non lo diventi.

Metro, bisogna prenderla con filosofia

A Londra hanno preso alla lettera questa massima e, per intrattenere e calmare i passeggeri per i continui ritardi della metropolitana, hanno cominciato a diffondere aforismi filosofici che, pensate, invitano a prendere la vita con lentezza e a meditare sugli aspetti più profondi dell’esistenza.

Quindi, assieme all’ossessivo “Mind the gap”, ecco annunciare dallo speaker gli aforismi più celebri dei più celebri pensatori. A Londra c’è il tempo di ascoltare qualche massima filosofica prima che arrivi il convoglio. Siete mai capitati in prossimità della mezzanotte in una delle tante stazioni della metropolitana milanese? L’ATM dovrebbe provvedere alla filodiffusione di interi audiolibri per permettere ai passeggeri di ammazzare il tempo di attesa dei treni.

Pazzo blog, Il calcio nella letteratura latina?

Oggi qualcuno è arrivato sul mio blog inserendo nel motore di ricerca la frase: “il calcio nella lettaratura latina” .  E’ vero che in passato ho scritto di una dotta citazione di Pasolini relativa al calcio, ma da qui a pensare che duemila anni fa già si parlasse della nobile arte della pedata ce ne passa.

Traduzione di latino in vista della maturità? Mi sembra alquanto improbabile che si parli di calcio, anche perchè se non sbaglio le prime attestazioni storiche sono quelle relative al calcio medievale in voga a Firenze. Sembra che, se fossero vissuti a quei tempi, Rino Gattuso, detto “Ringhio”, e Pasquale Bruno, detto “l’animale”,  sarebbero stati considerati dei gentlemen effeminati, poco votati all’agonismo e al confronto fisico con l’avversario.

Amarcord, la prima tela di Pinturicchio

La volta che rimontammo i viola, molti avevano già spento la radio. Sì, la radio, perché allora non c’era ancora la pay tv e il calcio lo potevi solo immaginare, al massimo ascoltare. Fino alle 18, quando andavi a verificare se il film che ti eri fatto in testa, sceneggiato da Ciotti e Ameri, corrispondeva ai filmati delle partite. Sì, perché allora non si chiamavano ancora high-lights . E molti, in quel giorno di novembre del 1994, quel film non avrebbero voluto vederlo. Perdevamo due a zero in casa, al trentesimo del secondo tempo. Molte delle speranze di scudetto, atteso dal 1986, se ne stavano andando.

Vialli è in ripresa in questo campionato, ma non vuole saperne di tornare ai suoi fasti. Trapattoni, spostandolo a centrocampo, gli ha annacquato l’istinto omicida. Gli ha instillato il tarlo di non essere il goleador di sempre, quello che ha scardinato le difese di tutta Italia e mezza Europa. Doveva giocare di mestiere in una diversa zona del campo, secondo Giuan. Più che di mestiere, giocava di mestizia. Lippi non ci pensa nemmeno. Per lui, Luca Vialli sarà sempre un killer, e un killer, spesso, ha solo bisogno di complici. Gli metti a fianco una Penna Bianca dal fisico possente e un giovane pittore dal pennello svelto, e il gioco è fatto.

Per i viola, due occasioni, due gol. Al tifoso, quando si avvicina il trentesimo della ripresa, viene il magone, sa che quei minuti finali sono un’altra cosa. Non si gioca più con la tattica, ma solo con il cuore, da mandare oltre l’ostacolo. E loro si chiudono e perdono tempo. E noi attacchiamo a testa bassa. Ma in Vialli sta per scattare la molla, l’istinto si ribella alle inibizioni della mente. La testa, di colpo, funziona al meglio. Colpo di testa ed è gol. Poi il suo senso del gol si libera al tiro, ed è pareggio.

E’ già una gran rimonta, ma se vuoi passare alla storia non puoi accontentarti e devi spingerti avanti. Se nel tuo dna di squadra-che-deve-aprire-un-ciclo ci sono 12 anni di vittorie e tu non lo sai, devi sempre assecondare l’ansia di attaccare a spron battuto. E che c’entri il destino in tutto questo lo capisci quando uno dei due tocchi che porta all’impresa è frutto un po’ del caso, un po’, come si diceva, del cuore oltre l’ostacolo. Un difensore, infatti, dalla sinistra di centrocampo indirizza un pallone verso la macchia bianconera che si muove in mezzo a due chiazze viola. Del Piero si invola verso l’area. Corre e con gli occhi invisibili, che gli sono spuntati dietro la schiena, “sente” il pallone che sta arrivando. Se vuole anticipare il tocco deve correre avanti, deve credere nel suo compagno di sempre, che non schizzerà sul terreno senza aver prima assaggiato il suo piede. Del Piero corre come correrebbe un ricevitore lanciato dal quarter back nel football americano, lo sport che gli piace tanto. Correre e guardare il pallone. Sembra impossibile. Ma se nel tuo dna di giocatore predestinato ci sta che devi diventare la Bandiera della Leggenda, allora devi sempre credere che l’impossibile possa accadere. Ale ha un appuntamento col destino quel giorno, e non vuole arrivare in ritardo. I difensori corrono al suo fianco, ma non possono“sentire” il pallone che arriva. Corrono senza guardare, per dovere, per distrarlo, con la loro macchia viola, come farebbe un torero con la muleta. Il prodigio si dà al mondo allo scadere. Del Piero non può usare le mani per addomesticare il pallone, allunga il piede destro, che si fa uncino, si fa mano, si fa pennello, forse mestolo, per raccogliere al volo quella parabola stiracchiata e, con l’esterno destro, ridargli slancio, vita e curva. Non si capisce bene, forse c’entra un po’ pure lo stinco, fatto sta che il miracolo avviene: la palla finisce in rete, con il portiere “scherzato” da una traiettoria beffarda. Una parabola. Un miracolo. Pinturicchio finisce la sua prima tela e steso nell’erba, sommerso dagli abbracci dei compagni.

Le undici carezze di Maradona

Il gol più bello della storia: Inghilterra-Argentina (Mondiali Mexico 86)

Le prime tre carezze

Una palla inutile a centrocampo, come ne passano a centinaia in una partita.  Un piede sinistro, come ne nasce uno in un secolo intero. Se un pallone come tanti incontra un piede prodigioso, l’alchimia  è certa. Maradona riceve una palla inutile e dentro vede quello che altri non possono vedere. La stoppa e la accarezza in mezzo ad un nugolo di avversari, i lenti figli di Albione, spunta fuori con una veronica veloce e si crea lo spazio per affondare. Potenza, intuito, classe e tecnica sopraffina si fondono in tre tocchi. I primi tre tocchi. Come fosse scattato da un congegno a molla, lascia sul posto i primi tre avversari e si invola con un’andatura sostenuta, in pieno controllo del pallone, della corsa e del movimento degli avversari. Li beffa, li scherza e li lascia lì, non ha troppo tempo da perdere da quelle parti dove il gioco quasi sempre langue, muore e spegne la partita. Lì si accende la miccia del genio per lanciarlo in una corsa rapida e armonica.

altre quattro carezze

Con il quarto tocco si dirige verso un colosso biondo che gli si fa incontro e si aspetta la percussione sulla fascia, si posiziona aspettando la virata da quella parte. La palla nonostante rotoli veloce, qui si affianca al piede di Diego, ha paura dell’inglese e trova riparo sulla morbida gomma dello scarpino, che con tre carezze la rassicura, la tranquillizza e la prepara a quello che la aspetta: accelerazione, sotto la spinta di una carezza più forte – che non è mai schiaffo – per darle i giri che si merita, i giri che gli servono per vedere che succede dopo. Altro cambio di velocità. E’ la finta che lo frega, Maradona lo scarta e si accentra, non c’è tempo da perdere sulla fascia. Ha annusato il sangue della preda e la deve azzannare senza troppi giri di pallone.

 

ancora due

Ecco un altro spilungone che si avvicina senza sapere che pesci pigliare, stavolta si aspetta che El Pibe si accentri, avrebbe tutto lo specchio della porta davanti e quindi si aspetta il tocco beffardo verso sinistra (la sua destra). Il primo tocco farebbe presagire una cosa del genere ma davanti al genio non c’è pensiero lineare che tenga, bisogna agire per istinto e l’istinto dice a Maradona di tenere la destra, come su una scala mobile, perchè da lì può azionare meglio il suo piede magico. Dicevamo, primo tocco “civetta”: l’inglese va verso destra e “apre” la corsia di sinistra, il secondo tocco  lo mette fuoritempo e lo blocca sul posto come una statua di sale.

le ultime due carezze

E’ ora di tirare, ma dove vuoi andare ancora?

Prima di lasciare la palla Diego vuole ancora una volta rassicurarla, sfiorarla per un paio di volte e poi consegnarla alla linea nemica, per fare oltraggio del territorio inglese. La porta violata, lo spazio trafitto, i confini della fantasia oltrepassati. Gli si fa incontro il portiere, ultimo baluardo, aggredendo lo spazio vitale di Maradona, che con l’ultimo tocco si è ridotto al minimo. E dai, tira di interno ed è fatta! Ma no, fin qui ci poteva arrivare chiunque. E’ ora di fare la magia assoluta, unica, qualcosa che nella dimensione dello spazio-tempo non ha mai trovato manifestazione. Il portiere avanza e Diego tocca ancora la palla portandosela verso sinistra e tenendola in un fazzoletto. Ha percorso sessanta metri, il fiato è corto, l’adrenalina alle stelle, l’esaltazione pure. Basta un niente per rovinare il capolavoro. Il niente è il difensore che viene alle spalle e che tenta il tutto per tutto in scivolata. La penultima carezza dà i brividi al pallone, che sente una scossa lungo la pelle, e ad una nazione intera. L’ultima carezza è il tocco deciso e decisivo, la palla entra in rete e la gonfia di quel tanto che basta. Il miracolo è compiuto.


dicembre: 2017
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