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La gentilentezza in metro

Ma dai! C’è ancora gente che si accalca nei pressi dell’entrata del vagone e non lascia scendere i passeggeri. C’è ancora gente che, una volta dentro, si mette proprio davanti alle porte anche se non deve scendere. C’è ancora gente che sette fermate prima della sua chiede a quello davanti “scende alla prossima?”. C’è ancora gente che per un posto a sedere sarebbe disposta a perdere la faccia.

Ho studiato un metodo per promuovere la lentezza e la gentilezza (la gentilentezza) in metro.

Invece di accalcarsi vicino all’uscita prima della propria fermata, bisogna rimanere seduti al proprio posto facendo finta di non badare affatto alla fermata. Se state leggendo, continuate a farlo, anche se con un occhio continuate a seguire la sequenza delle fermate. Nel tragitto che porta alla vostra fermata, rimanete ancora seduti e continuate a leggere. L’atteggiamento deve essere quello di Clint Eastwood nei western all’italiana. Senza alcuna agitazione, con la piena padronanza della propria gestualità e degli elementi del mondo esterno che entrano nel proprio campo d’azione. Appena il treno sta per fermarsi, cominciate a prepararvi mentalmente alla discesa, ma all’esterno dovranno ancora percepire la vostra calma olimpica. Il treno si ferma, vi alzate, con assoluta lentezza, senza alcun movimento sincopato o ansioso: siete i padroni assoluti dello spazio e del tempo che si inchinano alla vostra forza. Dovrete mostrare a chi vi guarda che esiste un altro modo di fare, efficace e preciso, pulito e ed esteticamente affascinante. Dovrete dare l’esempio. L’esempio della lentezza. Troverete persone accalcate all’entrata che vi impediranno di scendere comodamente, ma voi continuerete a muovervi con grazia e gentilezza, spostandovi quel poco che basta per evitare i colpi furenti dei passeggeri. Il vostro sarà il trionfo della gentilentezza. Si sentiranno delle merde tutti i maniaci della fretta e dell’ansia. Capiranno che c’è un altro modo di stare al mondo, più giusto, onesto e consono alla natura umana.

Senza moralismi, bisogna solo dare l’esempio.

Decibel troppo alti: luci a San Siro, buio in metro?

La questione decibel, quella che ogni estate infiamma gli abitanti del quartiere vicino allo stadio San Siro contro la stagione dei concerti, è molto più grave, pervasiva e pericolosa in metropolitana, ma stranamente nessuno ne parla. Mentre la vicenda San Siro conquista sempre più visibilità e notorietà sotto la spinta degli inferociti abitanti del quartiere “martellato” dalle pesanti note dei rockers nazionali e internazionali, quella della metro, manco a dirlo, rimane sotterranea, anonima, proprio come  sono  le voci delle migliaia di persone che ogni giorno la percorrono. I media la ignorano o la snobbano, i cittadini la accettano, limitandosi alla lamentela con il vicino di viaggio ed evitando di coagulare la protesta in qualche forma di organizzazione che faccia valere i diritti di quanti quotidianamente vedono i propri timpani fracassati dai rumori in metro.

Chi prende la metro a Milano sa di cosa sto parlando. Caldo soffocante, nei vagoni manca quasi sempre l’aria condizionata (parlo della linea M2 in particolare, la verde, per capirci), passeggeri costretti ad aprire i finestrini e rumore dello stridere delle rotaie sui binari che trafigge i timpani. In inverno, a finestrini chiusi, il problema esiste, ma molto meno, d’estate diventa un’emergenza per la salute pubblica. Qualcosa di veramente insopportabile e dannoso, non ci vorrebbe molto per ovviare ad una situazione che si trascina da anni.

Oltre ai blog e  alle iene, che tempo fa segnalarono lo scandalo, nessuno ne parla. Centinaia di migliaia di persone bersagliate quotidianamente e tutto rimane in sordina. Poco notiziabile? Forse. Ma forse è il vecchio vizio di noi italiani, incapaci di unirci in una protesta che riguardi lo spazio pubblico ma prontissimi a farlo quando il problema ci riguarda  molto da vicino e lede i nostri spazi e interessi privati.

Metro, bisogna prenderla con filosofia

A Londra hanno preso alla lettera questa massima e, per intrattenere e calmare i passeggeri per i continui ritardi della metropolitana, hanno cominciato a diffondere aforismi filosofici che, pensate, invitano a prendere la vita con lentezza e a meditare sugli aspetti più profondi dell’esistenza.

Quindi, assieme all’ossessivo “Mind the gap”, ecco annunciare dallo speaker gli aforismi più celebri dei più celebri pensatori. A Londra c’è il tempo di ascoltare qualche massima filosofica prima che arrivi il convoglio. Siete mai capitati in prossimità della mezzanotte in una delle tante stazioni della metropolitana milanese? L’ATM dovrebbe provvedere alla filodiffusione di interi audiolibri per permettere ai passeggeri di ammazzare il tempo di attesa dei treni.

Alzati, ragazzo

Sarà che da poco ho scritto un pezzo sul cedere il posto agli anziani sui mezzi, sarà che ultimamente faccio più attenzione a queste cose, ma stamattina ho assistito ad un altro episodio che mi ha lasciato basito. In metrò avevo accanto un ragazzo, seduto all’estremità della fila, quello dove poggi il braccio sul sostegno in ferro. Ad un certo punto entra una ragazza incinta e, senza neanche battere ciglio, si rivolge al ragazzo (che non ha avuto nemmeno il tempo di realizzare se fosse in stato interessante o meno) ed esclama: “Mi fai sedere?”.

Ci vorrebbe uno bravo a descrivere il tono con cui ha detto questa frase, ma fidatevi di me quando vi dico che era uno di quei toni che potrebbero far bollire il sangue a chiunque. E non vi impietosite per il suo stato (sarà stata al terzo mese), lo ha fatto con un’arroganza ed una supponenza volgari e fuoriluogo. Il ragazzo, rimasto un attimo sconcertato (e vorrei vedere), prima di alzarsi ha tentennato un attimo. Al che la tipa ha aggiunto: “Sei così grande grosso e non vuoi alzarti nemmeno, guarda pure lui… pensa te”, rivolgendosi al cagnolino di suo marito, zitto e accucciato nel suo vestito da yuppie rampante.

Ragazzi, mi è salita una rabbia che l’avrei insultata. Sei incinta, ti avvicini, qualcuno gentilmente ti farà sedere, come capita sempre. Non esiste che tu lo debba pretendere o addirittura estorcere. L’avesse chiesto a me, mi sarei comunque alzato ma glielo avrei fatto notare. L’Italia è ormai il paese della cattiva educazione, dove si confondono i diritti e i doveri, dove i giusti luoghi comuni della buona educazione (come cedere il posto alle donne incinte) , si trasformano in pretese arroganti e volgari, roba da voltastomaco.

Si segga, signora

Sei uno di quelli che cede il posto agli anziani in metropolitana?

Tu sei accucciato nel tuo bel posto comodo, con il sedere al caldo per il riscaldamento a manetta. Non è un posto che ti è stato donato dal cielo, quello su cui poggia il tuo deretano, è stata l’esperienza, affinata da anni di prove e riprove, a permetterti di primeggiare in mezzo alla banda di assatanati viaggiatori mattinieri pronti all’assalto. Vai al termine della banchina, ti posizioni dove sai bene che si aprirà la porta e, quando arriva il convoglio e apre le sue porte (lasciando che il rancido odore mattutino della Milano che si sveglia irrrori le tue narici), hai il tuo posto in prima fila, pronto a cogliere l’opportunità di un sediolino vuoto. Altro che fortuna, questa è perizia. Quasi ogni mattina ci riesci e sei contento di metterti là per quasi mezz’ora, con il giornale in mano, a sorbirti il mattino, con gli occhi cisposi, il retaggio del sonno notturno ancora appeso alle palpebre cadenti, la bocca impastata da un caffè venuto male. Insomma, ti godi il viaggio.

Il pericolo però è sempre in agguato e ha quasi sempre le sembianze di un’anziana  che da vispa e agile signora  devota al rito quotidiano del giro per ambulatori medici di mezza Milano si trasforma, in un attimo,  in una claudicante vecchietta che ha estremo bisogno di sedersi per non correre rischi. In questi frangenti vale la legge della savana, solo che funziona esattamente al contrario. Mentre lì il leone adocchia e punta la preda più debole e malata per l’assalto, qui la “vecchietta” va a posizionarsi vicino agli individui più giovani e robusti. Il contrasto è alla base del successo. Un uomo nel pieno delle forze seduto rappresenta una bestemmia di fronte alla vecchietta dall’equilibrio incerto , bisogna cedere il posto. E ti alzi a malincuore, ma con un sorriso sulle labbra grosso così. Lei ti ringrazia, ma nemmeno tanto. Il tuo gesto era dovuto. “Ma si figuri, signora”, riesci a tirar fuori. Sono le prime parole del mattino che pronunci, la voce raschia la gola mentre la sopportazione  il fondo del barile. Ti tocca startene in piedi a ricevere spinte e a subire le conseguenze dei capricci del clown-macchinista che si diverte a fare il gioco dell’arresto e ripartenza improvvisi.

A volte la signora che ti punta ha un’età incerta e non sai se è venuta di fronte a te per reclamare il posto o meno, potresti anche offenderla se la fai sedere. Allora la guardi di sottecchi mentre leggi il giornale: la pelle cadente della faccia imporrebbe di mettersi da parte, ma poi, osservando bene come è vestita (anzi, malvestita), ti accorgi che ha voglia di sentirsi ancora giovane. Allora te ne stai lì convinto che le stai facendo un favore e che la sua autostima ne uscirà rafforzata. Potresti anche fare il cavaliere, sempre di una donna si tratta, ma perchè arrischiarsi in comportamenti al limite dell’etichetta? Nel non lasciarla sedere mi sento quasi un benefattore.

Tutto questo non ha niente a che vedere con la volta che ho ceduto il posto ad una signora un po’ in carne credendola incinta o con quella in cui ho lasciato il posto ad una signora anziana che, a sua volta, lo aveva già subappaltato ad un’altra signora con pargolo. Bisogna stare attenti.


agosto: 2017
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